Il Filandone

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La costruzione dell’edificio, di cui non sono rintracciabili precise documentazioni, dovrebbe risalire all’anno 1870 e fu eretto dalla famiglia Daina.

Da un atto del 1902, reperito presso l’archivio notarile di Bergamo, la proprietà passa alla signora Calori Lucia, maritata Allegreni.

Con successivo atto del 1919 la proprietà passa al cav. Gerli e successivamente per testamento ai parenti dello stesso (1921).

Nel 1926 la Filanda viene nuovamente venduta e acquistata da Vailati Ambrogio. Sicuramente in conseguenza della crisi generale della seticultura del 1929, il Vailati fa istanza di fallimento, ma solo nell’asta del 1934 la proprietà passa alla signora Calori Lucia (già proprietaria nel 1902). Nel 1956, a seguito dell’invenzione di nuovi sistemi automatici di filatura dei bozzoli, anche a Martinengo si installa una nuova filanda sperimentale, i cui macchinari sono inseriti in un nuovo capannone costruito attorno al 1950 attigui alla facciata principale nord.

Successivamente l’intero complesso viene abbandonato, con cessione al Ministero del Tesoro, fino all’acquisizione finale da parte del Comune di Martinengo avvenuta con atto del 1982. Nel 1976 il regista Ermanno Olmi vi girò alcune scene del film L’albero degli zoccoli.

Volumetricamente la costruzione appare costituita da un unico grande parallelepipedo di ampie dimensioni (lunghezza m. 42,7, larghezza m. 12,8, altezza m. 15,5).

La fabbrica si presenta in stile neogotico e dell’architettura lombarda riprende non solo lo stile ma anche i materiali.

L’impianto originario delle finiture esterne dell’edificio era costituito infatti da cornici in cotto a vista, classico materiale ampiamente usato in Lombardia, che scandivano la struttura dell’edificio ed incorniciavano stesure di intonaco chiare.

Questa bicromia era accentuata dall’intonaco del seminterrato che era eseguito a “finta cortina”, un’intonacatura tipica ed antichissima a base di fior di calce e polvere di mattone, la cui funzione era, da una parte di proteggere il cotto e dall’altro di rendere omogeneo sia l’aspetto cromatico che la tessitura della superficie. Venivano così stesi intonachi con finitura ad ocra rossa o cocciopesto, su cui venivano poi stilate le fughe.

L’interno è definito da un unico ambiente al 2° piano, mentre è ripartito nel piano seminterrato da una serie di pilastrature in pietra, e da una serie di leggeri pilastri e travi in legno al piano superiore. La muratura perimetrale è costituita da pietra e mattoni. Il tetto è in legno con una serie ravvicinata di capriate leggerissime con coperture in coppi.

I parametri murari esterni sono regolarmente ripartiti da pilastrature sagomate, in mattoni a vista, con tamponamenti in muratura di pietrame intonacata. Le due facciate principali (Est/Ovest) sono caratterizzate da un’alta zoccolatura in cui si aprono le finestre del piano seminterrato, al di sopra del quale si elevano, in ordine sovrapposto, racchiuse da lesene e cornici ad archi neogotici, due ordini di finestre in ferro e vetro. Un massiccio cornicione in cotto corona e chiude orizzontalmente le facciate.

La facciata laterale nord presenta, al di sotto del cornicione, in cotto con timpano triangolare, un’ampia vetrata che copre l’intera altezza del secondo piano.

Lateralmente si posizionano sui due ordini, in analogia alle facciate principali, ampie finestrature.